
Le indulgenze, di Libero Bigiaretti è un libro del 1978. Libero Bigiaretti è uno scrittore nato a Matelica, in provincia di Macerata nel 1906, e vissuto a Roma. La capitale è spesso al centro dei suoi romanzi. Questo Le indulgenze narra la storia di una serata. Davoli, un architetto quarantacinquenne innamorato di una donna, Eva, partecipa all'inaugurazione di una mostra per vederla. Dopo la mostra ci sarà la cena, e dopo la cena, il dopocena, tutti eventi ai quali l'uomo va, sperando di poter stare con lei. La donna, Eva, di mestiere fa tante cose. Compra case malmesse per ristrutturarle, ed affittarle ad amici suoi. Assiste il proprietario della galleria d'arte dove si tiene la mostra. Lo fa in un suo modo particolare. Tiene le file degli affetti degli uomini di cui si circonda. E' quel che si dice una maneggiona. Non solo negli affari. La sensazione dell'architetto è così quella di essere usato. Mentre Eva si sbraccia tra un tavolo e l'altro, sorridente, sempre bella, desiderata e, a suo modo intelligente, lui pensa che l'averlo coinvolto in quella serata faccia parte del progetto di lei di farsi aiutare. Lui ha infatti assistito a un colloquio di lei con uno speculatore immobiliare. Lei deve comprare una casetta a Trastevere e ha bisogno di qualcuno che l'aiuti ad arredarla. Tutte le volte che restano soli lui prova a baciarla, a parlare di loro. Lei non dice no, ma neanche sì, lo lascia in sospeso, pensa lui, speculando sul suo sentimento. Un amore che, nonostante tutto ciò che lui sente di volgare, eccessivo, ingiusto, disordinato attorno a lui, in Roma, per causa di Roma, per come è fatta questa benedetta città, e a causa di lei, di Eva, ingiusta e disordinata come la città in cui vive, il Davoli sente forte. Un amore.
"In quei momenti, mentre attraversavamo velocemente una Roma bagnata, deserta quasi, col cielo turbato da tuoni lontani, io godetti, per così dire, del privilegio di poter assistere al formarsi, per accumulazione, per per stratificazione, di un sentimento d'amore autentico; e quasi ne ero contento; era un vero sentimento: uno struggimento, alla lettera, un colare e disfarsi del mio essere che riempiva tutti i vuoti, che li raggiungeva uno per uno, come una colata di cemento nella forma: molto meglio del nevrastenico saltellare qua e là, da sì a no, da forse a chissà dei giorni scorsi".
E' secondo me, questo, uno dei brani più belli della letteratura italiana del novecento italiano, che parli d'amore. Questa materialità. La scelta di far somigliare l'amore al cemento fresco, che tutto invade. Una sorta di speculazione immobiliare dell'anima e del corpo. Una descrizione che partendo da un dato di materia riesce a descriverci un'emozione. In modo così forte.
C'è Eva, dunque. Che non prova alcuna emozione, o almeno così sembra. Che è scaltra, furba, determinata, e ripeto assolutamente calcolatrice. Non che non sia realistico, non che non sia possibile, un figura di donna così. Però. Che brutta donna. Perché l'autore sente il bisogno di descriverla così? Non è un'accusa di misoginia a Bigiaretti questa. Non c'entra niente. C'è invece una, più domande, che voglio farmi. Perché Eva, ne Le indulgenze di Libero Bigiaretti, è così? Colpa del patriarcato che nel 1978,anno in cui il romanzo è uscito, sta per cedere alcune delle sue torrette ma è ancora ben sicuro di sé come struttura nella società? Colpa del modello di donna, che tutte le donne italiane in quel momento subiscono? Quanto le donne contribuiscono a tenere in piedi un modello in cui la loro libertà ha sempre bisogno dell'aiuto dell'uomo? Quanto la concorrenza fra le donne è la fonte, nella società, in quella Roma, ma anche nella nostra, di un personaggio come Eva? Quanto la mentalità dei romanzi fa, contribuisce a fare la mentalità di una società? Perché oltre a Eva anche Gina, e la Guarnieri, e la ex moglie Giulia, altre donne di questo romanzo, sono abbastanza brutte, nel loro modo di essere, di pensare, di agire? Mosse da sentimenti meschini o patetici? D'accordo, tutta la Roma descritta in questo bel romanzo, Le indulgenze, come dicevo prima è costellata di esseri patetici, esagerati, ridicoli, grotteschi. Ma negli uomini, qualcuno che si salva c'è. L'amico del protagonista, per esempio. Mario Simoni. Quello che Davoli definisce "la perla rara". Anche lui architetto, è saggio, responsabile, forse non bello, mai sbruffone, ha una forte personalità, ma è sprecato per Roma. Perché, in generale, le donne dei romanzi, spesso belli, anche se dimenticati, italiani del novecento sono quasi sempre così meschine, avide, calcolatrici, esagerate, perse, disturbate? Colpa degli uomini? Colpa delle donne, colpa della letteratura? Prima di scegliere converrà leggere, ascoltare, riflettere. Perché molta della nostra storia recente è spesso scritta in quei romanzi. Introvabili sul mercato. Ahimè.
Dire che è un peccato che un romanzo sia dimenticato è cosa che va spiegata. Un romanzo può essere dimenticato per tanti motivi. Compreso il fatto che si tratti di un romanzo brutto. In questo caso, il dispiacere che un libro così non circoli più viene da un fatto preciso. La mentalità che c'è alla base di certi romanzi italiani che descrivono la realtà, quello che succede in quegli anni, e di questo romanzo in particolare, pieno di intellettuali di sinistra, di galleristi mancati, di artiste per forza, persiste nella nostra Italia. A destra, come purtroppo anche in molte comunità di sinistra. Converrebbe rifletterci per capirci qualcosa di più.