mercoledì 5 ottobre 2011
Ultraconformismo a qualche euro l'ora
Ieri, discutendo con amici a proposito di animali, è venuto fuori che la ministra Carfagna sta portando avanti una battaglia per vietare il palio di Siena. Sarebbe troppo cruento. "Be', farebbe una cosa giusta e si rivelerebbe una persona intelligente!", ho detto io. "Non è che come Ministro delle Pari Opportunità abbia fatto tanto per gli svantaggiati di qualsiasi tipo!". Poi è venuto fuori che non era la Carfagna, ma era la Brambilla ad avere intenzione di vietare il palio di Siena. Pazienza. Questo Governo non migliorerà il corso della sua storia proprio negli ultimi mesi della sua esistenza. Parlo della Carfagna perché durante i primi mesi della sua nomina mi succese una cosa che mi addolorò. Una giornalista della Repubblica, una persona che consideravo mia amica, mi tolse il saluto. Avevo dedicato (nel mio blog che si chiama ilpostodeilibri, http://angelascarparo.blogspot.com/) uno spazietto alla neo-ministra chiamato ilpostodellafregna, siparietto che secondo la giornalista era offensivo in sè, al di là di quello che avrei potuto dire nei mesi a seguire o che dicevo in quel contesto. Ora, al di là del nomignolo stupido che avevo potuto dare al siparietto, ci rimasi molto male. Ci rimasi male anche perché l'illusione mia, da sempre è stata quella di poter usare i libri come strumenti di conoscenza, e anche come strumenti di modifica del reale. Mi apostrofò in pubblico e in privato, dicendo che una donna non offende così un'altra donna, che certe espressioni sono offensive (ripeto) in sè e stop. Insomma, si arrabbiò molto, mi tolse il nome del blog dai suoi preferiti, insomma tutto per aver descritto la procedura reale attraverso cui la Carfagna era arrivata al suo posto, e aver previsto (ma non è che ci volesse molto) quello che poi è accaduto. Pazienza. Non ero che una scrittrice fra le tante. Una che anche se gli levi il blog, non pesa sulle decisioni di Confindustria o sul buon esito del tuo stipendio. Ora, ciò che io volevo dire era questo: da situazioni che nascono storte (come è il fatto di arrivare a fare il ministro passando per il letto e poi per qualche studio televisivo) è difficile potersi aspettare cose dritte. Nel caso specifico, la difesa dei diritti dei cittadini con meno opportunità. Se lavori in un partito come La Repubblica, e lo fai per soldi è difficile che tu possa tirar fuori un coraggio da leone, a meno che tu non decida all'improvviso di fare a meno dei soldi. Se lavori in partito che non dice di essere un partito, come La Repubblica a tutti gli effetti è, le cose si complicheranno ancora di più. Ora, in generale, io credo ci sia qualcosa di patologico in chi vede e racconta cose che non esistono, come i fantasmi, o le bugie. Poi, si potrà forse (io non ci credo, qualche altro sì) essere dei grandi scrittori, ma certo non dei sottili analisti del reale. E' una cosa che ci insegnano i romanzi. Se "La vera tragedia comincia quando dici le bugie a te stesso!", racconta Dostoevskij, Cervantes con Don Chisciotte ci fa vedere cosa succeda quando si prendano fischi per fiaschi. Cosa voglio dire? Lo ripeto. Sono passati tre anni, da quando la mia ex amica mi ha accusato di aver offeso un'altra donna, dedicandole nel mio sito uno spazietto con quell'appellativo (che, ora mi ricordo, mi costò anche una citazione lunga e ampollosa su quella meraviglia di ironia che è il Foglio) e che, anche se parlavo a parole di diritti delle donne, nei fatti, con quell'appellativo non ero dalla loro parte. Dopo tre anni, mi chiedo se la Carfagna avrebbe potuto fare peggio di così. Il welfare distrutto e i diritti delle persone con meno opportunità allo sfascio, parlano da soli. Però io ho pensato una cosa su quelli de La repubblica. Anzi, me l'ha fatto notare uno sceneggiatore intelligente, spiritoso e preparato che qui non citerò per non tirar dentro persone che non c'entrano. Insomma, uno del popolo di Fb. L'altra sera, giorno prima della sentenza riguardante Meredith, questo sceneggiatore faceva notare con garbo come fossero oscene le didascalie su la Repubblica delle foto di Amanda. Le riprendeva per intero e assieme commentavamo che sembravano proprio come quelle di Novella 2000, se non peggio. Vi si descrivevano le magliette attillate della bella Amanda. Si indulgeva su particolari del suo corpo. L'occhio del lettore insomma, difficilmente con quelle didascalie avrebbe potuto evitare di soffermarsi su particolari anatomici della sospetta omicida. Questo da una parte. Da un'altra parte sempre sulle pagine o sul sito di La Pepubblica c'era un giornalista che faceva il mazzo a te lettore/ice, dicendo più o meno, che il livello di voyeurismo e di ingordigia di dati riguardanti particolari frizzanti, diciamo così, da parte del lettore certe volte è veramente insopportabile. Insomma, una sparata conformista (cioè una recita, che questo è il conformismo) in puro stile La Repubblica. Ora, quello che io voglio dire è questo. Per poter dire tutto ciò che si pensa, ed essere veramente liberi (ammesso che nel capitalismo maturo il pensarsi liberi non sia in realtà che una forma di disadattamento), bisogna anche essere coraggiosi. Il coraggio come dire, non è una cosa che si venda al mercato. Nel capitalismo maturo l'editoria specializzata nel miglioramento di sè stessi e delle proprie capacità retoriche, seduttive, liberatorie è l'unica che non presenti mai alti margini di deficit. La pratica di certe libertà è una cosa che costa. Oggi come ieri. E la tecnologia in tal senso può far poco, come dimostrano i nomignoli dietro cui tanti e tante si nascondono per poter dire quello che pensano. Non sempre, certo. So che a volte, i nomignoli si scelgono per affetto, per amore, per spirito di identificazione, di gruppo, o per mille altre motivi. Compreso quello di sentirsi più liberi. Se comunque la chiarezza di ammettere che appartieni a una cordata e che fai determinati interessi ce l'hai e se in certi contesti sei disposto a dire le cose come stanno, dovesse costarti il lavoro, è un conto. Altrimenti, ha ragione, Balzac, su un certo tipo di giornalismo. In questo nulla è cambiato da cento, o mille anni a questa parte. Se non ce l'hai il coraggio, e tieni allo stipendio fisso, tieni al posto che secondo te è di prestigio, è giusto non osare mai. Non tutti devono per forza dire ciò che pensano. E io, specifico, non la considero una forma di vigliaccheria, o altro. Considero normale, un comportamento così. Il disadattamento sta in chi dice, "Io dirò quello che penso fino alla morte!", questo, voglio specificarlo, perché lo penso. Quello che adesso chiedo è banalmente, che ci vengano risparmiate le tirate moralistiche tipo quella dell'altra sera. Che ci vengano risparmiate da persone che da una parte dicono una cosa, e dall'altra fanno diversamente da come predicano. Aggiungo un appunto. Questa sorta di schizofrenia che colpisce molte delle persone che difendono dei partiti (perché La Repubblica a tutti gli effetti lo è: è il partito di chi vuole scalzare Berlusconi, e che difende Confindustria, un ente, diciamo così che difende interessi non da poco, possiamo dire così?) non si rendono neanche più conto del male di cui soffrono. A furia di mentire anche a sè stessi, si ritengono in perfetta buona fede.
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Le donne di questo governo hanno fatto perdere molte conquiste che con fatica le stesse avevano raggiunto con anni di lotta !!!!
RispondiEliminaSe fossi al posto della tua amica mi preoccuperei di questo e non del tuo siparietto ironico.
Ma si curamente la tua amica fa parte di una catena di sant'antonio di leccaculi !!!!!!
Caro Saverio Ernesto, io non credo che la cosa peggiore sia il leccaculismo. Credo che raccontare balle ai lettori sia una cosa molto più grave. Aver voglia di piacere al caporedattore, sedurre il lettore, può essere comprensibile. Ma il fatto di raccontare balle, (e di farlo per vendere di più, o perché si è stanchi del proprio lavoro, o per mille altri motivi) è ancora più grave in un caso. Quando le balle vengono raccontate da chi si fa paladino di qualche forma di libertà.
RispondiEliminaPoi molto d'accordo sulle mille conquiste perse.
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