venerdì 11 novembre 2011
Che fine ha fatto il viaggio in India
Da sempre il viaggio è elemento caratterizzante la storia delle generazioni. Se per generazioni e per classi sociali come quelle cui apparteneva Goethe il viaggio in Italia era costitutivo della formazione di una personalità, per altre, più sfortunate, il viaggio era legato all'esperienza della guerra, o veniva fatto per motivi legati alla ricerca di un lavoro. Qui però voglio accennare al viaggio come strumento di conoscenza, il viaggio che liberamente si scelga. E con viaggio intendo sia l'esperienza geografica dell'allontanamento da casa, che quello di apprendimento di nuove esperienze senza muoversi da essa. Del viaggio che si fa leggendo, o studiando. E per parlarne vorrei accennare dalla nostra giovinezza, di baby-boomers, donne e uomini nati intorno all'inizio degli anni '60. Fra gli strumenti di autoemancipazione personale, c'è sicuramente da elencare il viaggio in India. Se il tour, era spesso legato alle esperienze dell'uso delle droghe e delle sostanze, assieme a quello c'era la voglia di ripetere i viaggi all'interno di se stessi di Timothy Leary, William Burroughs, e altri che facevano dell'uso delle droghe un vero e proprio strumento di approfondimento della propria psiche. Se si andava in India per ritrovare se stessi, un altro modo di ritrovarsi era quello di leggere e di studiare. Dal '68, movimento che più di altri considera l'elemento dello studio e della conoscenza centrale, per la propria formazione avevamo ereditato il fatto che chi non conosce non è padrone della propria vita. La cosa strana è che adesso il 68 sia smerciato da certi pseudointellettuali come uno dei periodi della storia in cui veniva celebrato l'ozio e l'indifferenza verso l'impegno. Tanti i testi che andavano per la maggiore. Poca la letteratura. Garcia Marquez, Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta (non a caso un libro che parla di un viaggio) erano quelli che più di altri vedevi spuntare dalle tasche dei giacconi. Molto Marx, molti rilettori di Marx, da Mario Tronti a Raniero Panzieri, per esigenze legate al momento politico, e poi Marcuse, Horkheimer, tutto ciò che era revisione critica dei principali luoghi sociali (la scuola, la famiglia, l'istituzione carceraria, quella manicomiale). Simone de Beauvoir, e la sua saga della giovinezza di una giovane donna in Francia, qualche anno prima, più per le donne che per gli uomini, Carla Lonzi e il suo Sputiamo su Hegel. Questo per noi. Salto volutamente almeno un paio di generazioni, per chiedere. I ventenni di oggi che tipo di viaggi compiono? Quanto la paura, la crisi, influenzano le loro scelte? Quanto la mancanza di denaro impedisce loro di viaggiare? La risposta è che in questa generazione, più che in altre, domina una sorta di schizofrenia. Non che sia falso il dato che considera il precariato come costitutivo delle giovani generazioni. Semplicemente però, e per fortuna, come è sempre stato, le giovani generazioni si adattano. Se da un punto di vista dello spostamento geografico, quello che va di più è il viaggio economico (alla Interreil), che mischia l'esperienza culturale con la possibilità di provare nuove droghe in paesi del Nord Europa dove la legislazione è meno retriva della nostra, dal punto di vista della conoscenza è il video, il film, più che il libro, lo strumento che assicura e garantisce una visione del mondo. A rendere tutto ciò che riguarda la visione lo strumento principe di conoscenza dei nostri anni c'è sicuramente il PC, con il suo parente stretto, l'Ipod. Il cambio di passo che lo sviluppo della tecnologia assicura non limita la fruizione del libro, o non limita l'uso della conoscenza come strumento di analisi del mondo, anzi, a mio parere, le alimenta entrambe. Al di là di quello che sulle giovani generazioni vanno dicendo certi profeti dell'ultima ora.
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